lunedì 22 febbraio 2016

Dei Sepolcri testo e esercizio di analisi

Ugo FOSCOLO, I sepolcri
Metro - 295 endecasillabi sciolti
Deorum Manium jura sancta sunto
Duodecim tabulae
      All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove piú il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d'erbe famiglia e d'animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l'ore future,
né da te, dolce amico, udrò piú il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né piú nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell'amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a' dí perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
Vero è ben, Pindemonte! Anche la Speme,
ultima Dea, fugge i sepolcri: e involve
tutte cose l'obblío nella sua notte;
e una forza operosa le affatica
di moto in moto; e l'uomo e le sue tombe
e l'estreme sembianze e le reliquie
della terra e del ciel traveste il tempo.
      
Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l'illusïon che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?

Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l'armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de' suoi? Celeste è questa
corrispondenza d'amorosi sensi,
celeste dote è negli umani
; e spesso
per lei si vive con l'amico estinto
e l'estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall'insultar de' nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.

      Sol chi non lascia eredità d'affetti
poca gioia ha dell'urna; e se pur mira
dopo l'esequie, errar vede il suo spirto
fra 'l compianto de' templi acherontei,
o ricovrarsi sotto le grandi ale
del perdono d'lddio: ma la sua polve
lascia alle ortiche di deserta gleba
ove né donna innamorata preghi,
né passeggier solingo oda il sospiro
che dal tumulo a noi manda Natura.
     Pur nuova legge impone oggi i sepolcri
fuor de' guardi pietosi, e il nome a' morti
contende. E senza tomba giace il tuo
sacerdote
, o Talia, che a te cantando
nel suo povero tetto educò un lauro
con lungo amore, e t'appendea corone;
e tu gli ornavi del tuo riso i canti
che il lombardo pungean Sardanapalo,
cui solo è dolce il muggito de' buoi
che dagli antri abdüani e dal Ticino
lo fan d'ozi beato e di vivande.
O bella Musa, ove sei tu? Non sento
spirar l'ambrosia, indizio del tuo nume,
fra queste piante ov'io siedo e sospiro
il mio tetto materno. E tu venivi
e sorridevi a lui sotto quel tiglio
ch'or con dimesse frondi va fremendo
perché non copre, o Dea, l'urna del vecchio
cui già di calma era cortese e d'ombre.
Forse tu fra plebei tumuli guardi
vagolando, ove dorma il sacro capo
del tuo Parini? A lui non ombre pose
tra le sue mura la città, lasciva
d'evirati cantori allettatrice,
non pietra, non parola; e forse l'ossa
col mozzo capo gl'insanguina il ladro
che lasciò sul patibolo i delitti.
Senti raspar fra le macerie e i bronchi
la derelitta cagna ramingando
su le fosse e famelica ululando;
e uscir del teschio, ove fuggia la luna,
l'úpupa, e svolazzar su per le croci
sparse per la funerëa campagna
e l'immonda accusar col luttüoso
singulto i rai di che son pie le stelle
alle obblïate sepolture.
Indarno
sul tuo poeta, o Dea, preghi rugiade
dalla squallida notte. Ahi! su gli estinti
non sorge fiore, ove non sia d'umane
lodi onorato e d'amoroso pianto
.
     Dal dí che nozze e tribunali ed are
diero alle umane belve esser pietose
di se stesse e d'altrui, toglieano i vivi
all'etere maligno ed alle fere
i miserandi avanzi che Natura
con veci eterne a sensi altri destina.
Testimonianza a' fasti eran le tombe,
ed are a' figli; e uscían quindi i responsi
de' domestici Lari, e fu temuto
su la polve degli avi il giuramento:
religïon che con diversi riti
le virtú patrie e la pietà congiunta
tradussero per lungo ordine d'anni.
Non sempre i sassi sepolcrali a' templi
fean pavimento; né agl'incensi avvolto
de' cadaveri il lezzo i supplicanti
contaminò; né le città fur meste
d'effigïati scheletri: le madri
balzan ne' sonni esterrefatte, e tendono
nude le braccia su l'amato capo
del lor caro lattante onde nol desti
il gemer lungo di persona morta
chiedente la venal prece agli eredi
dal santuario.
Ma cipressi e cedri
di puri effluvi i zefiri impregnando
perenne verde protendean su l'urne
per memoria perenne, e prezïosi
vasi accogliean le lagrime votive.
Rapían gli amici una favilla al Sole
a illuminar la sotterranea notte,
perché gli occhi dell'uom cercan morendo
il Sole; e tutti l'ultimo sospiro
mandano i petti alla fuggente luce.
Le fontane versando acque lustrali
amaranti educavano e vïole
su la funebre zolla; e chi sedea
a libar latte o a raccontar sue pene
ai cari estinti, una fragranza intorno
sentía qual d'aura de' beati Elisi.

Pietosa insania che fa cari gli orti
de' suburbani avelli alle britanne
vergini, dove le conduce amore
della perduta madre, ove clementi
pregaro i Geni del ritorno al prode
cne tronca fe' la trïonfata nave
del maggior pino, e si scavò la bara.
Ma ove dorme il furor d'inclite gesta
e sien ministri al vivere civile
l'opulenza e il tremore, inutil pompa
e inaugurate immagini dell'Orco
sorgon cippi e marmorei monumenti.
Già il dotto e il ricco ed il patrizio vulgo,
decoro e mente al bello italo regno,
nelle adulate reggie ha sepoltura
già vivo, e i stemmi unica laude. A noi
morte apparecchi riposato albergo,
ove una volta la fortuna cessi
dalle vendette, e l'amistà raccolga
non di tesori eredità, ma caldi
sensi e di liberal carme l'esempio.
     A egregie cose il forte animo accendono
l'urne de' forti, o Pindemonte; e bella
e santa fanno al peregrin la terra
che le ricetta. Io quando il monumento
vidi ove posa il corpo di quel grande
che temprando lo scettro a' regnatori
gli allòr ne sfronda, ed alle genti svela
di che lagrime grondi e di che sangue;
e l'arca di colui che nuovo Olimpo
alzò in Roma a' Celesti; e di chi vide
sotto l'etereo padiglion rotarsi
piú mondi, e il Sole irradïarli immoto,
onde all'Anglo che tanta ala vi stese
sgombrò primo le vie del firmamento:
- Te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita, e pe' lavacri
che da' suoi gioghi a te versa Apennino!
Lieta dell'aer tuo veste la Luna
di luce limpidissima i tuoi colli
per vendemmia festanti, e le convalli
popolate di case e d'oliveti
mille di fiori al ciel mandano incensi:
e tu prima, Firenze, udivi il carme
che allegrò l'ira al Ghibellin fuggiasco,
e tu i cari parenti e l'idïoma
désti a quel dolce di Calliope labbro
che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d'un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste;
ma piú beata che in un tempio accolte
serbi l'itale glorie, uniche forse
da che le mal vietate Alpi e l'alterna
onnipotenza delle umane sorti
armi e sostanze t' invadeano ed are
e patria e, tranne la memoria, tutto.
Che ove speme di gloria agli animosi
intelletti rifulga ed all'Italia,
quindi trarrem gli auspici. E a questi marmi
venne spesso Vittorio ad ispirarsi.

Irato a' patrii Numi, errava muto
ove Arno è piú deserto, i campi e il cielo
desïoso mirando; e poi che nullo
vivente aspetto gli molcea la cura,
qui posava l'austero; e avea sul volto
il pallor della morte e la speranza.
Con questi grandi abita eterno: e l'ossa
fremono amor di patria. Ah sí! da quella
religïosa pace un Nume parla:
e nutria contro a' Persi in Maratona
ove Atene sacrò tombe a' suoi prodi,
la virtú greca e l'ira. Il navigante
che veleggiò quel mar sotto l'Eubea,
vedea per l'ampia oscurità scintille
balenar d'elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche
d'armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all'orror de' notturni
silenzi si spandea lungo ne' campi
di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a' moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
     Felice te che il regno ampio de' venti,
Ippolito, a' tuoi verdi anni correvi!
E se il piloto ti drizzò l'antenna
oltre l'isole egèe, d'antichi fatti
certo udisti suonar dell'Ellesponto
i liti, e la marea mugghiar portando
alle prode retèe l'armi d'Achille
sovra l'ossa d'Ajace: a' generosi
giusta di glorie dispensiera è morte;
né senno astuto né favor di regi
all'Itaco le spoglie ardue serbava,
ché alla poppa raminga le ritolse
l'onda incitata dagl'inferni Dei.
     E me che i tempi ed il desio d'onore
fan per diversa gente ir fuggitivo,
me ad evocar gli eroi chiamin le Muse
del mortale pensiero animatrici.
Siedon custodi de' sepolcri, e quando
il tempo con sue fredde ale vi spazza
fin le rovine, le Pimplèe fan lieti
di lor canto i deserti, e l'armonia
vince di mille secoli il silenzio.
Ed oggi nella Troade inseminata
eterno splende a' peregrini un loco,
eterno per la Ninfa a cui fu sposo
Giove, ed a Giove diè Dàrdano figlio,
onde fur Troia e Assàraco e i cinquanta
talami e il regno della giulia gente.
Però che quando Elettra udí la Parca
che lei dalle vitali aure del giorno
chiamava a' cori dell'Eliso, a Giove
mandò il voto supremo: - E se, diceva,
a te fur care le mie chiome e il viso
e le dolci vigilie, e non mi assente
premio miglior la volontà de' fati,
la morta amica almen guarda dal cielo
onde d'Elettra tua resti la fama. -
Cosí orando moriva. E ne gemea
l'Olimpio: e l'immortal capo accennando
piovea dai crini ambrosia su la Ninfa,
e fe' sacro quel corpo e la sua tomba.
Ivi posò Erittonio, e dorme il giusto
cenere d'Ilo; ivi l'iliache donne
sciogliean le chiome, indarno ahi! deprecando
da' lor mariti l'imminente fato;
ivi Cassandra, allor che il Nume in petto
le fea parlar di Troia il dí mortale,
venne; e all'ombre cantò carme amoroso,
e guidava i nepoti, e l'amoroso
apprendeva lamento a' giovinetti.
E dicea sospirando: - Oh se mai d'Argo,
ove al Tidíde e di Läerte al figlio
pascerete i cavalli, a voi permetta
ritorno il cielo, invan la patria vostra
cercherete! Le mura, opra di Febo,
sotto le lor reliquie fumeranno.
Ma i Penati di Troia avranno stanza
in queste tombe; ché de' Numi è dono
servar nelle miserie altero nome.
E voi, palme e cipressi che le nuore
piantan di Priamo, e crescerete ahi presto
di vedovili lagrime innaffiati,
proteggete i miei padri: e chi la scure
asterrà pio dalle devote frondi
men si dorrà di consanguinei lutti,
e santamente toccherà l'altare.
Proteggete i miei padri. Un dí vedrete
mendico un cieco errar sotto le vostre
antichissime ombre, e brancolando
penetrar negli avelli, e abbracciar l'urne,
e interrogarle. Gemeranno gli antri
secreti, e tutta narrerà la tomba
Ilio raso due volte e due risorto
splendidamente su le mute vie
per far piú bello l'ultimo trofeo
ai fatati Pelídi. Il sacro vate,
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.
E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.




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mercoledì 11 novembre 2015

Morte di Didone

584 E già la prima Aurora lasciando il giaciglio di croco
585 di Titone spruzzava le terre di nuova luce.
586 La regina dalle finestre come vide biancheggiare
587 la prima luce e la flotta procedere a vele spiegate
588 e s'accorse dei lidi e dei porti vuoti senza un rematore,
589 percuotendo il bel petto con la mano e tre e quattro volte
590 e sciolta nelle biondeggianti chiome "Oh Giove. Andrà
591 costui, dice, e lo straniero si befferà dei nostri regni?
592 Gli altri non prenderanno le armi, non lo inseguiranno da tutta la città
593 e strapperanno le barche degli arsenali? Andate,
594 rapidi portate fiamme, date armi, spingete i remi.
595 Che dico? O dove sono? Che pazzia cambia la mia mente?
596 Infelice Didone, ora fatti sacrileghi ti colpiscono?
597 Allora andò bene, quando davi lo scettro.
598 Colui che dicono portare con sé gli antichi Penati,
599 e aver portato sulle spalle il genitore sfinito dall'età!
600 Non avrei potuto dilaniare il suo corpo dopo averlo sbranato e spargerlo
601 alle onde? Non avrei potuto uccidere i compagni e lo stesso Ascanio con la spada
602 e porli da mangiare alla tavola del padre?
603 Ma in realtà la sorte della battaglia sarebbe stata incerta. Lo fosse pur stata:
604 chi avrei dovuto temere io, destinata a morire? Avrei potuto portare le fiaccole negli accampamenti
605 incendiare i ponti delle navi, uccidere il padre e il figlio
606 con tutta la loro razza, e gettarmi io stessa sopra.
607 Sole, che illumini con i tuoi raggi tutte le opere della Terra,
608 tu, Giunone, consapevole e complice di queste mie pene,
609 tu, Ecate, ululata nei trivi notturni nelle città,
610 e voi, terribili vendicatrici, e Dei della morente Elissa,
611 accogliete queste parole e rivolgete contro il male la vostra volontà meritata con le mie sventure,
612 e ascoltate le nostre preghiere. Se a quel maledetto è necessario
613 toccare un porto o giungere alla terraferma,
614 e così chiedono i fatti di giove, questa cosa è ineluttabile:
615 "Che almeno sia tormentato dalle armi e dalla guerra di un popolo audace,
616 lontano dalla patria, strappato dall'abbraccio di Iulio,
617 chieda l'aiuto e veda l'indegna morte dei suoi;
618 né quando si sarà consegnato alle leggi di una pace svantaggiosa ,
619 goda del regno o della vita desiderata,
620 ma cada prima del tempo e insepolto sulla sabbia.
621 Queste cose chiedo, verso queste ultime parole con il mio sangue.
622 Poi, voi, o Tiri, la stirpe e le genti future
623 Esercitate nell'odio, e mandate questi regali al nostro cenere.
624 Nessun amore e nessun patto di amicizia ci sia fra i popoli.
625 Nasca qualche vendicatore dalla nostra discendenza
626 che insegua con il fuoco i Troiani e con il ferro i coloni,
627 ora, sempre e in qualsiasi momento si presenti l'occasione.
628 Siano i lidi ostili ai lidi, le onde alle correnti, le armi alle armi,
629 combattano loro stessi e i loro discendenti". Queste cose diceva
630 e versava l'animo da ogni parte, desiderosa di interrompere
631 Quanto prima l'odiata vita. Allora brevemente
632 parlò a Barce, la nutrice di Sicheo
633 (infatti la patria antica e il cenere scuro tenevano la sua nutrice):
634 "O nutrice a me cara fa venire qui davanti a me la sorella Anna
635 dille che si affretti ad aspergere il corpo di acqua fluviale
636 e che conduca con sé gli animali e gli strumenti per l'espiazione.
637 Così venga, e tu stessa copri le tue tempie con bende adatte al sacrificio.
638 È nel mio animo compiere i sacrifici a Giove Stigio,
639 compiere le cose sacre che secondo i riti preparai
640 ed è mia intenzione porre fine alle mie preoccupazioni e dare al fuoco le immagini del corpo di Dardano"
641 Così disse e quella affrettava il passo senile,
642 intanto trepidante e inferocita dai preparativi mostruosi
643 Didone volgendo lo sguardo iniettato di sangue e chiazzata di macchie
644 sulle tremule guance pallida per la morte imminente
645 alle più interne soglie della sua dimora si lancia
646 e furibonda sale gli alti gradini del rogo e sfodera la spada
647 dardana non ottenuta per questo uso.
648 Qui dopo che vide le vesti iliache e il noto letto
649 avendo indugiato un po’ con le lacrime e con la mente
650 si buttò sul letto e disse le ultimissime parole.
651 "Oh dolci spoglie, finche il fato e gli dei lo permettevano,
652 accogliete questa vita (anima) e scioglietemi dalle preoccupazioni.
653 Ho vissuto pienamente, ho seguito il destino che la sorte mi aveva assegnato,
654 e ora una grande immagine di me andrà nell'oltretomba.
655 Ho costruito una città famosa, ho visto le mie mura
656 vendicando mio marito, ho ricevuto pene dal fratello nemico:
657 felice, ahimè, molto felice sarei stata
658 se le navi dardane non avessero mai toccato
659 le nostre spiagge". Disse, e dopo aver dato l'ultimo saluto al letto,
660 "morrò invendicata, ma che muoia!" disse. "Così, è giusto andare nell'Aldilà.
661 Beva con gli occhi questo fuoco
662 il crudele dardano dall'alto mare e porti con sé i presagi della nostra morte".
663 Aveva detto ciò, e nel mezzo di tali parole
664 le ancelle la videro cadere sulla spada
665 e videro la spada spumante di sangue
666 e le mani abbandonate. Si spande il clamore nelle altre stanze e la notizia (fama) infuria per la città sconvolta.
667 Le case risuonano di lamenti, gemiti e urla femminili,
668 risuona l’aria di grandi colpi
669 come se, entrati i nemici,
670 precipitasse tutta Cartagine o l’antica Tiro e le fiamme devastanti
671 si propagassero fin nelle case degli dei e degli uomini.
672 Sentì la sorella pallida e senza fiato per l’improvvisa corsa
673 deturpandosi con le unghie il volto e battendosi con i pugni il petto,
674 irruppe nelle stanze e chiamò per nome la morente:
675 “Allora, sorella, era questo? Mi cercavi per ingannarmi?
676 Questo mi preparavano il rogo, questi fuochi e gli altari?
677 Di cosa io abbandonata mi lamenterò per primo?
678 Tu destinata a morire hai disprezzato la sorella compagna? Magari mi avessi chiamato al tuo stesso destino:
679 Lo stesso dolore e la stessa ora avrebbero ucciso entrambe con la spada.
680 Allora con queste mani io ho costruito (il rogo) e con questa voce ho invocato gli dei patrii,
681 in modo tale da poter io crudele essere lontana dopo averti deposto.
682 Hai ucciso, sorella, te e me e il nostro popolo
683 e gli antenati Sidoni e la tua città. Lasciate che io lavi la ferite,
684 e, fatemi cogliere le ultime parole se ancora rimane qualche fiato”.
685 Dopo aver detto queste cose aveva salito gli alti gradini
686 e stringeva al seno, dopo che l'ebbe abbracciata, la sorella morente,
687 mentre piangendo asciugava con il vestito lo scuro sangue.
688 Quella (Didone), avendo tentato di aprire i pesanti occhi,
689 svenne morente: dolorava la profonda ferita nel petto.
690 Tre volte si alzò, appoggiandosi sul gomito,
691 tre volte ricadde sul letto e con gli occhi erranti
692 cercò la luce nel cielo e gemette avendola trovata.
693 Giunone onnipotente dopo aver commiserato il lungo dolore
694 e la difficile morte, mandò Iride dall'Olimpo,
695 affichè liberasse l'anima combattuta e le affannate membra.
696 Infatti, poiché non moriva né per il volere del fato e né per una morte meritata,
697 ma disgraziatamente prima del giorno stabilito fu accesa da un improvviso furore
698 quando non ancora Proserpina aveva tagliato dal capo il biondo capello
699 e non ancora aveva condannato la persona all'Orco Stigio.
700 Allora Iride con la piume gialle bagnate di rugiada, attraverso il cielo,
701 Trascinando mille vari colori, essendo il sole opposto a lei,
702 vola e si posa sopra Didone e dice: "Questo capello, io
703 come mi è stato ordinato, porto a Dite, e ti sciolgo da questo corpo".
704 Dicendo così, tagliò il capello con la destra e in un momento
705 tutto il calore si dissolse e tra i venti volò via la vita.

 

Illa gravis oculos conata attollere rursus
deficit; infixum stridit sub pectore vulnus.
Ter sese attollens cubitoque adnixa levavit,
ter revoluta toro est oculisque errantibus alto
quaesivit caelo lucem ingemuitque reperta.
Tum Iuno omnipotens longum miserata dolorem
difficilisque obitus Irim demisit Olympo
quae luctantem animam nexosque resolveret artus.
Nam quia nec fato merita nec morte peribat,
sed misera ante diem subitoque accensa furore,
nondum illi flavum Proserpina vertice crinem
abstulerat Stygioque caput damnaverat Orco.
Ergo Iris croceis per caelum roscida pennis
mille trahens varios adverso sole colores
devolat et supra caput astitit. “Hunc ego Diti
sacrum iussa fero teque isto corpore solre solvo”:
sic ait et dextra crinem secat, omnis et una
 dilapsus calor atque in ventos vita recessit.

giovedì 10 settembre 2015

Terra!

 
La struttura del pianeta



 
 
Un video per cercare di capire (circa 5 min)
 
Le parti da cui è composta la crosta terrestre
 
 
 
Documentario sulla deriva dei continenti (durata circa 30 min)
 
 
 
Collegati all'altra pagina di questo blog che approfondisce il tema dei vulcani
 

mercoledì 15 aprile 2015

PROVA CARTOGRAFIA III C

Immagine n. 1



Immagine n. 2



Immagine n. 3



Immagine n. 4



Immagine n. 5


Immagine n. 6


Immagine n. 7




Immagine n. 8



Immagine n. 9




Immagine n. 10